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Not In My Name
Tipo di progetto
grafica
Data
2026
Luogo
Roma
“Not in My Name” si presenta come un’opera di apparente semplicità, ma profondamente stratificata. I cerchi neri, simili a loculi, costruiscono un ritmo seriale che evoca anonimato, accumulo e perdita: non tombe individuali, ma moduli ripetuti, quasi industriali.
All’interno compaiono segni che simulano una scrittura araba, ma non appartengono ad alcun linguaggio. Ciò che sembra nome è in realtà un “non nome”. Lo spettatore tenta di leggere, ma trova solo vuoto: forma senza significato.
Questo vuoto non è neutro. Attiva immaginari culturali e geopolitici, mettendo in crisi il meccanismo dell’attribuzione: chi sono i morti che immaginiamo? Di chi crediamo siano quei nomi?
Il titolo introduce un rifiuto: nessuno può parlare “a nome di” chi non ha nome. E proprio questa assenza rende i segni universali — di nessuno, quindi di tutti.
L’opera si muove tra lutto e critica, tra memoria e cancellazione. Non racconta storie, ma denuncia la loro scomparsa. Espone un meccanismo: l’identità svuotata, simulata, proiettata. E chi guarda è chiamato a interrogarsi.
L’opera denuncia anche la nostra compromissione, nella fusione grafica tra simboli arabi e occidentali.
Perciò il nomi, potrebbero essere anche i nostri?
13 elementi circolari
Plexiglas e pvc espanso
2026


























